I- Emorragie controllate e incontrollate
Nelle pieghe di quel meraviglioso compendio di “Fantastico Quotidiano” che è l’Encyclopédiana ci si imbatte in due brevi racconti, due perle, che riguardano la “flebotomia”, ossia la pratica di sottrarre e di rimuovere dalle vene una buona dose di sangue umano, un’arte in voga soprattutto nel passato per far recuperare la salute ai cagionevoli.
Il primo: De Marolles, gentiluomo francese, tutte le volte che subiva un salasso sguainava e impugnava la spada, perché, asseriva, “un uomo di guerra, un soldato, non può veder spargere il proprio sangue altro che armi alla mano”. Neppure il Barone di Münchhausen sarebbe stato altrettanto epico e consequenziale.
Leggo ancora: «un italiano, che era in lite continua con uno dei suoi vicini, si ammalò così gravemente che fu persa ogni speranza di guarirlo. Il suo nemico, appresa la notizia, andò a casa sua, chiese di vederlo, e quando gli dissero che il poveretto era ormai giunto agli estremi, corse veloce nella camera del moribondo – sussurrando, a voce bassa, ma intellegibile: “se deve morire, sarà per mia mano!”. Arrivato al suo capezzale, gli piantò il pugnale in petto, e scappò via. Il malato perse una enorme quantità di sangue; ma questo salasso fu salutare per lui, perché gli rese la vita e la guarigione».

II- Uso oculato delle Sanguisughe
L’accademico tedesco Friedrich Nicolai (1733-1811) era perseguitato dai Fantasmi dei Defunti. Apparizioni alle quali non credeva, essendo, lui, un famoso e convinto illuminista. Eppure gli Spiriti erano lì, tutti i giorni, tutte le notti, a terrorizzarlo. Guarì per fortuna dalla sua ossessione, ma purtroppo l’ottenne in modo tale da guadagnarsi una fama peculiare che eclissò tutto quanto di profondo e intelligente aveva detto o scritto in precedenza. L’unanimità degli scrittori e dei poeti del suo tempo discusse il suo caso, e ne sghignazzò. Nicolai meritò i versi satirici di Goethe (Faust, I, “Notte di Valpurga”), le ironie di Hoffmann nella “Seconda Vigilia” de Il Vaso d’oro, le parodie di Tieck, e le invettive di Achim von Arnim – solo per fare qualche nome.
Nel 1799, il grande letterato ebbe infatti il torto di intervenire all’Accademia delle Scienze di Berlino, con una prolusione in cui spiegava d’essersi liberato degli Spettri che l’infestavano applicando una corona di Sanguisughe tutt’intorno al pertugio del sedere. Si coprì di ridicolo. Fu chiamato, da allora, il “Proctofantasmista”.
“Aspetta, allucinazione – si legge ne La strana compagnia nella notte di San Silvestro, di Jean Paul – io non ti temo, mi metto una sanguisuga sull’ano, come Nicolai, e tu ti dissolvi”.

III- Grandi Firme
La “donazione”, o la “sottrazione” di sangue” più famosa registrata dalla Storia (o dalle leggende) è sicuramente quella del dottor Faust, che fu mago e stregone in Germania in pieno Cinquecento. Il suo salasso si limitò appena a poche gocce, che vennero utilizzate come “inchiostro”: una lieve spremitura, ma sufficiente a imbrattare con una firma un patto scellerato col Demonio. “Cosa tremenda e spaventosa”, scrive il cronista Johann Spiess riferendo le avventure del noto negromante, “tale obbligazione fu trovata nella sua casa dopo la sua miserabile morte”.

Ecco il testo integrale del contratto siglato dal dottor Faust, col quale – insieme al proprio sangue – offrì al Maligno la sua sottomissione:
“Io Johann Faust, dottore, dichiaro e confermo pubblicamente quanto contiene questa mia lettera autografa: dopo aver intrapreso lo studio degli elementi, con le mie sole doti naturali, quelle che mi erano state benignamente concesse dall’alto, non trovando in me stesso tale capacità e non potendola avere dagli uomini, ho fatto voto di sottomissione al presente spirito inviato costì e che ha nome Mefistofele, suddito dei principe degli inferi in Oriente, e l’ho scelto affinché mi istruisca e mi insegni tali cose; lui a sua volta si è obbligato verso di me ad essermi sottoposto ed ubbidiente in tutto. Per contro io gli prometto e giuro che, una volta trascorsi ventiquattro anni dalla data di questa lettera, egli potrà fare di me ciò che vorrà a suo piacimento, avrà potere sul corpo e sull’anima, sulla carne e sul sangue fino all’eternità.
Con questo patto io rinuncio a vivere come tutti quelli che qui vivono, all’esercito celeste e a tutti gli uomini, e così sia. Per rendere definitivo il patto e per dargli maggior credito ho redatto questo contratto con la mia propria mano, e lo ho siglato e avallato con il mio proprio sangue ed affermo di averlo stilato in pieno possesso di tutti i miei sensi congiuntamente a ragione, pensiero e volontà.
Firma: Johann Faust, esperto conoscitore degli elementi e della dottrina teologica”.
Aggiunge Spiess: “Quando entrambe le parti strinsero il patto, il dottor Faust prese un coltello appuntito, si punse una vena della mano sinistra e in verità si dice che su tale mano fosse comparsa una scritta profonda e sanguinante: O homo fuge, cioè: Oh, uomo, fuggi da lui e agisci bene”.
Cosa ricavò Faust da tutto il sapere accumulato grazie al soccorso e alle lezioni del demonio? Sicuramente, le formule di intrugli e filtri che, nonostante la sua età già veneranda, lo mantennero in vita altri ventiquattro anni: un patrimonio di salute e di esperienze che il vecchio studioso stagionato non avrebbe osato neppure sperare. Certo, alla fine della vita si apriva per lui l’abisso dell’inferno. Ma era peccatore, sarebbe precipitato come minimo da morto in Purgatorio, e la differenza tra i due stabilimenti di pena non è poi così marcata, almeno a detta di chi c’è stato.
Heinrich Heine però non ha dubbi sul vero motivo che indusse Faust a firmare il patto col suo sangue: la nuova scienza mefistofelica che apprese, la utilizzò soprattutto per evocare, circuire e sedurre belle femmine.

Pare che – maestro e pedagogo senza uguali – quando spiegava Omero ai suoi allievi, il Dottore non si fermasse a scarabocchiare alla lavagna, ma fosse “in grado di evocare gli eroi della guerra di Troia in persona davanti agli studenti”, perché raccontassero loro come erano andate effettivamente le cose. Per la gioia della scolaresca fece sì che apparisse anche Elena, la ragione del contendere: e fu un colpo di fulmine, a prima “vista”. La sua bellezza stregò lo stregone. La poveretta venne quindi sottratta all’Ade per soddisfare le sue brame: e così fu rapita due volte – la prima, dall’aitante Paride, l’altra, venticinque secoli dopo, da un vecchio voglioso e solforino.
Mefistofele, da parte sua, ritenne il successo riportato sull’anima di Faust il suo trionfo più grande. Si dice che amasse talmente questa storia, che godeva di vederla rappresentata anche a teatro. Ancora “nel Seicento”, secondo Frances Yates, “si raccontava che c’era stata una visibile apparizione del Diavolo sulla scena durante una rappresentazione del Faustus di Marlowe, ai tempi della regina Elisabetta”.
