Visto che molti Credi Religiosi fanno di questa rigenerazione corporale un dogma, è lecito chiedersi: come si esce dal Sogno della Morte per risorgere nella Carne?
Riapparirà per primo, di noi, un piede, un orecchio (dovremo pur sentire lo squillo della Tromba!), o il cranio?

Si accesero dispute teologiche, tra i Rabbini, circa “l’ordine con cui sarà ricostituito il corpo umano” durante questa Reincarnazione Generale. Ogni scuola, secondo il Talmud, per sostenere le proprie convinzioni, citava un differente versetto della Torah. Questa varietà di giudizio era favorita da un fatto incontestabile e preciso: la Scrittura non parla mai della Resurrezione dei Corpi.
Per esempio, «la scuola di Shammai diceva: Non come la formazione dell’essere umano in questo mondo sarà la sua formazione nel Mondo Avvenire. In questo mondo comincia con la pelle e la carne e finisce con nervi e ossa; mentre nell’Aldilà comincia con i nervi e le ossa e finisce con la carne e con la pelle. Perché così è detto nella visione di Ezechiel: “E guardai, ed ecco, v’erano sopra nervi, e carne salì e pelle le ricoprì (Ezechiele, XXXVII, 8)”».

Tutt’al contrario, la scuola di Hillel opinava: «La formazione nel Mondo Avvenire sarà simile alla formazione in questo mondo. In questo mondo comincia con pelle e carne e finisce con nervi e ossa: lo stesso accadrà nell’Al di là; perché così diceva Job: “Non mi verserai come latte e non mi caglierai come formaggio? (Giobbe, X, 10)”. Non è scritto: “Non mi hai versato?” ma: “Non mi verserai?” […]. È come una ciotola piena di latte: il latte rimane liquido fino a che non vi si mette del caglio: dopo avervi introdotto il caglio, il latte si coagula e diventa solido”».
Se ne desume, secondo la scuola di Hillel, che il corpo ritornerà prima in una forma plastica priva di consistenza (pelle e carne), e poi acquisterà la solidità delle ossa.
Ma forse quest’ultimo Rabbino aveva torto, a giudicare da quello che accade ogni 25 marzo al Cairo, di fronte (così si dice) a testimoni oculari che giurano di non esser preda né d’allucinazioni, né di sbornie.

Nelle sue, preziose ancor oggi, Histoires admirables Simon Goulart riferisce che nella capitale egiziana, durante il periodo contrassegnato dall’equinozio di primavera, non è affatto raro assistere alle risurrezioni dei cadaveri.
Codesto miracolo non poteva confinarsi alla prosa, e infatti ispirò numerosi versi del poeta secentesco Teodoro Agrippa d’Aubigné.
Cito dalla traduzione di Elémire Zolla del poema Les Tragiques:
“Presso il Cairo s’alza un poggio dove si conviene
Da ogni parte all’equinozio, il venticinque marzo;
La gente come al campo ci si attenda […].
L’occhio si compiace del sito, e le mani
Ridanno agli occhi turbati ferma attestazione.
Vedi le ossa coperte di nervi, i nervi di pelle,
La testa di chiome; di questa tomba guarda
Come si frangono le sabbie ribollenti
Pullulando di gambe, braccia e teste. […]”.
Aggiunge il poeta: dall’accolita dei risorti spunta un fanciullo dagli occhi ridenti, dai capelli ricci.
Un uomo che ha assistito al prodigio tende la mano per afferrarlo,
“ma da una grigia barba / Esce il grido: Ante matharafde kali, e si lascia la presa”.

Agrippa verseggia su un fatto narrato a Goulart da un certo Estienne Duplaus, come vero: “Il me disoit d’avantage d’avoir touch divers membres de ces ressuscitans. Et comme il vouloit se saisir d’une teste chevelue d’enfant, un homme du Caire s’ecria tout haut, Kali, Kali, antématarasdè : c’est-à-dire; laisse, laisse, tu ne sçais que c’est de cela”: un uomo del Cairo avrebbe dunque gridato a questo incauto, che voleva impadronirsi della testa d’un fanciullo appena risuscitato: “Lascia, non sai che cos’è”.
Quando un Morto ritorna dalla Tomba col suo antico aspetto, come se nulla gli fosse accaduto, noi, in verità, ignoriamo cosa sia veramente diventato nel frattempo.
La Letteratura Fantastica ha inanellato, su questo dilemma cruciale, un’infinita serie di paurose illazioni.

[in copertina: La Visione del Profeta Ezechiele, di Quentin Metsys]