Più di 30 anni fa ideai per il Grifo, la rivista di Letteratura Disegnata ideata e diretta da Vincenzo Mollica, una serie di “Interviste Impossibili” a personaggi-culto del mondo dei Fumetti. Erano incontri doppiamente immaginari: perché in essi riesumavo, come intervistatore, il signor Gog, il miliardario psicopatico inventato da uno dei miei autori di Fantastico preferiti: Giovanni Papini.
Molti numeri di quella rivista preziosa e innovativa risultano introvabili. Ho pensato dunque di riproporre sul sito zzywwurathiano quel che ho scritto allora, e ringrazio, per avermelo permesso, Vincenzo Mollica e l’editore Mauro Paganelli.

(Saint Louis, 28 aprile 1911 – New York, 13 marzo 1999),
Jena, 8 dicembre
I- Sull’aereo che mi riportava in Europa da Gotham City ho incontrato di nuovo mister Walker, ossia Phantom, “l’Uomo Mascherato”.
Eravamo seduti proprio accanto, e non ho potuto trattenermi dal ripresentarmi.
“Signor Phantom – dissi –, ci siamo visti da Bruce Wayne, ricorda? Mi dia la possibilità di conoscerla meglio. Non le pesa questa maschera, non l’annoia la permanenza tra un popolo selvaggio e di sgradevole profumo, come i Bandar?”
Phantom infatti, per chi non lo sapesse, risiede nelle impervie foreste dell’Estremo Oriente. Vuole la leggenda che l’attuale Uomo Mascherato sia l’ultimo erede di una nobile famiglia il cui capostipite fu depredato dai pirati nel Seicento. Abbandonato come morto, il primo Phantom giurò, sul teschio d’un amico ucciso, di vendicarsi di ogni forma di pirateria. Da allora ogni maschio primogenito della sua stirpe gli succede come giustiziere, indossando il medesimo costume e imitando in tutto il predecessore, tanto da alimentare, tra gli indigeni, la leggenda di un eroe immortale: l’Ombra che cammina…

“Io non concedo interviste!”, si scusò Phantom, che proteggeva le sue fattezze in calzamaglia con l’anonimo travestimento – cappotto, occhiali, cappello incalcato – di Mister Walker. In pratica, e a ben pensarci era una cosa davvero strana, lui si camuffava per nascondere che era mascherato.
“Non sono un giornalista”, replicai, “ma un miliardario che colleziona incontri con Uomini fuori del Comune, invece che rubini”.
A quel punto l’Ombra si interessò della mia età, delle mie occupazioni e delle mie esperienze.
“Lei può essere la persona giusta”, sentenziò. “Voglio da lei un parere su qualcosa che finora non ho mai mostrato a nessuno, nemmeno alla mia fidanzata… Mi segua nella Toilette!”
Nonostante un certo imbarazzo, lo seguii.
L’aereo ronzava a settecento metri di quota, sull’Atlantico, e il WC era talmente stretto che, assunta una posizione, la si doveva mantenere anche a costo d’anchilosarsi.
Con mia enorme sorpresa Walker si tolse occhiali, cappello e sciarpa e, dopo aver svelato sotto quell’imbottitura le fattezze di Phantom, con un gesto reso scomodo dalla promiscuità obbligata, ma denso di oscuri significati, si denudò il viso.

Calò la maschera, che gli rimase penzoloni intorno al collo, come la buccia di un insaccato, mentre lui mi fissava con occhi penetranti.
Disse: “Mi mostro a lei perché non ci rincontreremo mai più… Come le sembro?”
“Tutto regolare” – risposi. “Alla sua fidanzata piacerà…”
“Non è questo che le sto chiedendo… Quanti anni mi darebbe?”
“Dai 22 ai 25, giusto?”
Volli evitare gaffe: ne dimostrava forse pochi di più…
“NO!”, ruggì Phantom, “non è giusto! Guardi bene, vede una ruga sul mio volto? Qualche segno, anche impercettibile, d’invecchiamento?”
Lo osservai quasi spazientito. Non mi aspettavo quel triste spettacolo di vanità da quell’Uomo leggendario, che aveva combattuto la criminalità per sette mari e cinque continenti!
Lui aggrottava la fronte e strizzava gli occhi ma la sua pelle era talmente giovane, liscia e rosata che nessuna smorfia violenta riusciva ad incresparla o a raggrinzirla.
Qualcuno bussò con furia alla porta.
“Dia retta a me”, dissi all’Uomo Mascherato con un buffetto paterno, “lei è un bel ragazzo. Si sposi. Metta su famiglia, e ci regali un altro piccolo Phantom giustiziere!”
L’Ombra si sedette di schianto sul WC e mi congedò con aria affranta, mentre chi batteva alla porta diventava sempre più violento e brutale.
“Grazie”, sussurrò – ma il suo viso comunicava sconforto e disprezzo. “Mi lasci solo, adesso…”

Uscii dalla ritirata un po’ interdetto. Una ragazza era in attesa, fuori della porta. Cercai di scusarmi con lei, ma non me ne diede il tempo, perché – era avvenente, con labbra tumide e sprezzanti – mi premette un revolver all’altezza del costato.
“In riga con gli altri, corpo sciolto!”, mi intimò. Tutti i passeggeri erano seduti al loro posto con le braccia conserte in alto, dietro la nuca. Tranne i piloti e le hostess che, in piedi e con le mani bene in vista, stavano acquattati contro il tramezzo della cabina. Quattro ragazze tenevano equipaggio e passeggeri sotto la minaccia delle armi. L’aereo era stato dirottato dalle Piratesse dell’aria, la fantomatica “Freccia d’oro”.
Non mi dilungherò a raccontare quello che accadde dopo. Mentre consegnavamo portafogli e gioielli, si aprì la porta del WC e ne uscì Phantom in tenuta da combattimento. Sembrava avesse pianto.

Aggredì le piratesse con un assalto suicida, da fiera assetata di sangue e di coraggio. Quelle, spararono. Benché ferito, L’Ombra che cammina ne ebbe ragione.
Un paio cercarono di baciarlo, durante la lotta. Poi, ingelosite, si spararono tra loro.
II- All’aeroporto di Jena, dove ci fu l’atterraggio di emergenza, ci attendevano le scuse della compagnia, il cellulare della polizia, due feretri, e quattro ambulanze. Una era per Phantom, l’Uomo Mascherato.

Non potevo andarmene da Jena senza ringraziarlo. Aveva rischiato la vita per noi. E poi volevo approfittare per dargli un’altra occasione di parlarci, visto che la prima mi aveva davvero deluso. Dopo il vanesio, dopo il gagà, volevo sentire le ragioni dell’Eroe, del Uomo che avevo visto all’opera, che sprezzava il pericolo e la morte.
Tra l’altro, in quei giorni uscì il fumetto sulla sua impresa dell’aereo. In una vignetta sono ritratto con discreta somiglianza, anche se faccio la figura del pauroso.
Quando pensai si fosse ristabilito, andai a cercare Phantom all’Ospedale, dov’era registrato come Walker. “Un altro americano! Un altro giornalista! Non ne possiamo più! – protestò la caposala, una suora – Guardi, vada via, non diamo informazioni sui degenti!”
“Non sono un giornalista, ma un vecchio amico…”
“Ha detto la stessa cosa quello là”, argomentò la religiosa, indicandomi un marcantonio tirato a lucido che sedeva in un angolo, girandosi il cappello tra le mani a mo’ di trottola. “Come se non lo riconoscessimo!”
Lo guardai bene. Aveva l’inconfondibile ricciolo unto sulla fronte, gli occhiali tondi, la faccia da reporter. Era Clark Kent. Mi avvicinai per salutarlo.
“Fila via, scamorza – mi disse arcigno. “Per Phantom ci sono prima io”.
Non avevo voglia di discutere, me ne andai. Nell’atrio c’era un barelliere. Gli allungai una mancia. “Cercate tutti questo Walker, eh?” – mi disse in confidenza. “E non vi hanno detto dove sta, scommetto! È inutile che perdiate tempo qui … Il vostro amico è al Cimitero!”
Mi traballarono le gambe. Possibile? L’eterno Uomo Mascherato? Morto?
“E quando torna?”, mi sfuggì detto, una di quelle domande che dopo ci si vergogna d’aver fatto, senza pensare…

Il barelliere rise, scoprendo più gengive che denti.
“Bella domanda!” sbottò tutto contento. “A mezzanotte spaccata, tutte le sere, sento che rientra!”
Il racconto completo dell’infermiere, per fortuna, sgombrò il campo da ogni equivoco. Walker, già dal momento del suo arrivo, era stato in grado di camminare. Venni a sapere che, protetto da immunità diplomatica in quanto “Bandarese”, gli riconoscevano un trattamento a parte. Disdegnava di spogliarsi della calzamaglia, rifiutava le cure, disertava i padiglioni. Per qualche oscura ragione, amava appartarsi nell’antico Cimitero dell’Abbazia, di cui l’Ospedale non era solo il confinante, ma, in qualche modo, il principale cliente e fornitore.
Dato che l’Ombra che cammina aveva vietato a chiunque di avvicinarlo, dovetti ricorrere a un sotterfugio. Intorno a mezzanotte, quando tutti i reparti giacevano nel sonno, mi feci aprire dal barelliere, contro l’esborso di altri venti dollari, un cancelletto che dava sul Camposanto.
(III) Presto, proprio sotto il campanile, nella penombra, intravvidi arrivare l’Uomo Mascherato. Ero solo, e lui altrettanto ma, contrariamente a me che l’osservavo, Phantom era convinto della propria assoluta solitudine. Si fermò poco distante dal mio nascondiglio, di fronte a una bella tomba gotica.
L’orologio del campanile stava quasi per battere la mezzanotte, quando l’Ombra emise un lamento, un singhiozzo lacerante che, in una jungla, sarebbe parso un monito di belva, ma in quel deserto notturno, in quel cimitero dove ogni dolore era rasserenato e ogni corpo mortale aveva raggiunto la sua pace, suonò sinistro e estraneo. Aprì il cappotto, scoprendo il colore vivo del suo mascheramento. Dalla tasca interna, estrasse un kriss affilato e, rivoltane la punta contro il suo cuore, si menò un gran colpo, con tutta la forza del suo possente braccio destro.

Stavo per urlare, ma mi accorsi che, non so più se per un miracolo, o per un automatismo muscolare, la mano dell’aspirante suicida s’era bloccata di colpo, e il pugnale aveva solo sfiorato, graffiandola, la calzamaglia, fermandosi a pochi millimetri dalla tragedia.
Suonarono i dodici rintocchi della mezzanotte. Inebetito, l’Uomo Mascherato ripose con cura il pugnale nella tasca del cappotto, lo abbottonò e si avviò verso l’Ospedale.
“Un momento!”, gridai con voce strozzata.
Phantom si fermò a scrutare nel buio: “Siete di nuovo voi, Bonaventura?” chiese, con sospetto.
“No…”, dissi, e uscii dagli alberi. ”Sono Gog”.
Sentii tutta la vergogna del mio appostamento, d’aver veduto il gesto più privato che una persona possa commettere sul proprio corpo.
“Volevo ringraziarla per avermi salvato la vita”, sussurrai.
“L’uomo della Toilette!” mi rimproverò l’Ombra, quasi ruggendo. “Non dovevamo più vederci!”.
Poi si rivolse misteriosamente a se stesso: “Dovevi immaginare che quel che per gli altri vuol dire: mai, per te significa: sempre!”
“So che non dovrei chiederlo: ma perché voleva uccidersi?”
“Le sue domande sono sempre fuori luogo. Mi chieda piuttosto: perché non gli è riuscito?”
Stette un po’ incerto se mandarmi al diavolo o confidarsi. Poi, con pazienza, mi si sedette accanto e principiò:
“Glielo dico perché lei è amico di Bruce Wayne e del Gentiluomo Malato. Ma resta inteso che non farà cenno a nessuno, e soprattutto a Diana, della mia storia.
Sa che mi chiamano l’Ombra che Cammina, o Phantom, il Fantasma Mascherato. Che tragica ironia in questi soprannomi! Io non potrò mai essere: né ombra, né fantasma…
Non mi guardi in questo modo. Eppure l’ha visto lei stesso poco fa… IO NON POSSO MORIRE. Sono immortale”.

“Mi congratulo”, dissi, tanto per dire. “Ma questo lo sanno tutti. La sua immortalità è appunto una leggenda inventata a bella posta per incutere terrore ai malviventi, fomentare la superstizione della giungla e conferire al suo potere sui selvaggi un’impronta soprannaturale…”
“No, così ho voluto si credesse, ma la verità è un’altra. Io sono immortale davvero. Sono Io quello che seicent’anni fa ha giurato su un teschio di vendicarsi di tutti i pirati e i malfattori della Terra!
Non mi crede? Voleva il mio segreto, e pretendeva pure che fosse verosimile? Eppure mi ha visto all’opera, mi ha visto senza maschera! Non ha visto che non invecchio, che non mi ammalo, che nessuna ferita, compresa la più grave, può uccidermi? Quella che lei prendeva per vanità, al contrario, non era che speranza delusa… Speravo che il mio corpo cominciasse ad invecchiare, speravo in un segno sulla mia pelle, una grinza una cicatrice… Un sintomo di decadenza, d’umana prossimità alla morte… Niente di tutto questo.
Mi getto nelle imprese più suicide e disperate, augurandomi che qualcuno mi sopprima. Mi sparano, mi pugnalano, mi gettano in fondo all’oceano. Io riemergo sempre dal coma, continuo ad essere l’Ombra che Cammina.
Mi creda, non c’è peggior jattura dell’immortalità. Lo sa bene il suo e il nostro amico, il Gentiluomo Malato.
A trecento cinquant’anni d’età, anelo alla sepoltura.
Mi sembra umano, comprensibile. Ma purtroppo finora non mi è riuscito di morire. La leggenda dei Phantom, che generazione dopo generazione raccolgono il giuramento del capostipite è ridicola abbastanza per essere creduta, ma a me è servita solo per un motivo. Ho ancora ventisette anni, nel corpo e nei pensieri, se non nell’anima. E mi sono innamorato d’una ragazza. Diana Palmer. È per lei, come per le altre innamorate del passato, che ho inventato questa panzana. So per esperienza che nessuna donna ti si prometterebbe, se sapesse che Tu resterai sempre giovane e bello, mentre lei ti diventerà decrepita accanto. Nessuna donna sposerebbe mai un immortale…”

“Non ha pensato a qualche soluzione drastica? Una bomba per esempio…”
“Guardi, morire è il mio chiodo fisso da tre secoli a questa parte. Le ho pensate tutte. E se non mi riuscisse di uccidermi, nonostante la deflagrazione? Se ogni mio brandello di carne mi sopravvivesse, se ognuno fosse dotato di vita autonoma?
Ogni giorno convivo con questo buffo paradosso: per cui i mortali, che possono morire a ogni istante, non pensano altro che, con folle intensità, alla vita, mentre io, che non posso morire, non penso ad altro che alla morte.
Non mi voglio lamentare troppo con lei. Altri hanno passato la mia stessa esperienza. Mi consola la notizia che il bimillenario Joseph Cartaphilus è scomparso dal mondo, che il vecchio Dorian Gray, morendo, ha riacquistato tutte le sue rughe… Voglio un po’ di pace, una vecchiaia serena, una famiglia, figli che non facciano altro giuramento che quello di vivere fino a che il tempo glielo consenta. Chiedo troppo?
Adesso mi sta per raggiungere Diana, qui, in Europa. Ho appuntamento con lei. Ma non ho il coraggio di dirle la verità. Lei, Gog, era la mia ultima speranza: se sul mio volto avesse visto anche una ruga sola…avrebbe voluto dire la salvezza, un’inversione, verso la caducità. Invece no. Quello che mi ha detto mi spinge, ogni notte, dopo un tumulto interiore d’orrori, a tentare il suicidio. Però so che non ci riuscirò mai, e, mi creda, è la peggiore delle sensazioni”.

Andando via, ebbi l’impudenza di domandargli: “Mi scusi, Phantom. Non mi rimproveri la curiosità: com’è potuto diventare immortale?”
“Glielo dico, ma non lo metta in opera. È più semplice di quello che si crede. Le ho detto che ho giurato di sgominare ogni forma di disonestà e di furfanteria… È stato quello il mezzo. Per diventare immortali basta votarsi a un’ impresa impossibile, perché infinita nel tempo… Leggere tutti i libri, per esempio, o contare tutti i numeri… Volerlo non basta, bisogna cominciare, e superare qualsiasi soglia di stanchezza. È facile, tutto sommato, ma è terribile…
In questi tre secoli e mezzo, ne ho incontrati parecchi d’Immortali… Avrebbero venduto l’anima al diavolo, purché li portasse subito all’inferno!”
[prima versione del racconto pubblicato da Il Grifo, rivista di “Letteratura disegnata” diretta da Vincenzo Mollica e edita da Mauro Paganelli]